Lorenzo Osti ci racconta passato, presente e futuro prossimo di uno dei più rivoluzionari brand
d’abbigliamento. Forse il primo in assoluto a proporre un concetto di menswear informale d’ispirazione
sportiva.

Raccontaci le tappe principali, con un’attenzione particolare alle persone, ai marchi e alle aziende, dietro questa grande storia di ricerca e innovazione.

Il punto di partenza è mio padre, Massimo Osti. Non ero neppure nato quando lui decise di fare il salto da grafico a designer, alla fine degli anni Sessanta. Poi nel 1970 ha fondato con Raimondo Cattabriga la Chester Perry, per produrre dapprima t-shirt stampate e poi, nel giro di pochi anni, vere e proprie piccole collezioni di abbigliamento. Purtroppo quel nome, che lui aveva preso da un fumetto che amava – il Bristow di Frank Dickens pubblicato su Linus – fu al centro di azioni legali da parte di due marchi inglesi, Chester Barrie e Fred Perry, che lo accusarono di plagio. Lui asciugò il nome lasciando solo le iniziali: C.P. . Nonostante il cambio di nome, quando Chester Perry divenne C.P. Company il successo non fece che aumentare. Evidentemente non era una questione di denominazione, ma di idee. Ad esempio quella di prendere i piumini che usavano gli alpinisti per andare in alta montagna, e ridisegnarli per la città… Adesso le t-shirt stampate o i piumini sono normalità, ma è stato lui a renderli capi di uso comune. Prima, gli italiani usavano le canottiere di maglina e il cappotto di lana.

Nel 1981 ha cominciato a creare altri marchi con personalità differenti. Prima Boneville, che era più sportiva ed economica, poi nel 1982 Stone Island, che era una specie di sorellina rumorosa di C.P. Company… Non stava mai fermo, amava il suo lavoro. Però amava la parte creativa, meno quella manageriale. Che poi è il motivo per cui nel 1984 il gruppo GFT (Gruppo Finanziario Tessile, che negli Ottanta partecipava alla produzione di marchi come Armani e Valentino, ndr) entrò in C.P. Company: così Marco Rivetti, l’amministratore delegato di GFT, divenne amministratore di C.P. Company, e mio padre potè concentrarsi esclusivamente sul design. Quelli furono gli anni di altri grandi successi, dalla Goggle Jacket “Mille Miglia” in giù. Poi nel 1992 Marco cedette la gestione al cugino Carlo Rivetti, il gruppo cambiò nome in Sportswear Company, e tra il 1994 e il 1995 mio padre smise di disegnare C.P. Company e Stone Island per dedicarsi a Left Hand e Massimo Osti Production.

La storia di C.P. Company, come sapete, non è finita con il suo addio. Anzi, per continuare il suo lavoro fu assoldato uno stilista di grido, Romeo Gigli… Però Gigli non riuscì a cogliere l’essenza del marchio, tanto che oggi il suo periodo è forse il meno ricordato della storia di C.P. Company. Dopo un paio d’anni l’arrivo di Moreno Ferrari diede un nuovo slancio, grazie a progetti come la serie Urban Protection e i trasformabili. Capi sperimentali, in un senso diverso rispetto a quelli disegnati da mio padre, ma decisamente interessanti. Però dal mio punto di vista – di puro spettatore, intendiamoci – in quegli anni chi è riuscito a trovare l’equilibrio perfetto tra tradizione C.P. Company e necessaria innovazione è Alessandro Pungetti, arrivato dopo Ferrari, nel 2001, e rimasto per una decina d’anni. Nello stesso periodo tra l’altro lui ha avuto modo di conoscere Paul Harvey, che stava disegnando Stone Island… ma su questo torneremo dopo.

Nel 2010 la Sportswear Company ha deciso di vendere C.P. Company alla FGF di Enzo Fusco, che ha chiamato Leonardo Fasolo di Nemen a disegnarla. Fasolo aveva già lavorato con Sportswear e con Paul Harvey, a dimostrazione del fatto che C.P. Company è un marchio che necessita di esperienza e conoscenza, prima di poterci mettere le mani sopra. E a proposito di esperienza e conoscenza, nel 2012 Harvey e Pungetti sono rientrati come team di design, rimanendo poi anche nel 2015 quando C.P. Company è stata comprata dal gruppo Tristate.
… Ecco, di solito quando si dice che un marchio italiano viene venduto “ai cinesi”, è una brutta storia. Ma non è questo il caso: il presidente di Tristate, Peter Wang di Hong Kong, conosce perfettamente la storia di C.P. Company, ama il lavoro di mio padre e ha davvero una grande cultura sul prodotto, visto che la sua famiglia ha aperto la prima azienda di confezione nel 1936… Inoltre ha mostrato da subito un grande rispetto e una profonda comprensione dei valori del marchio, a partire dal fatto che ha mantenuto tutto lo sviluppo del prodotto in Italia, affidandolo al team di lavoro storico.

Dunque, arriviamo al presente. Nelle ultime collezioni parlate proprio di questo: “tradition, innovation, performance”. Cosa significano queste parole, nel quadro della nuova direzione creativa e manageriale del brand?

Vogliamo rispettare una storia lunga più di quarant’anni, ma sappiamo che il miglior modo per farlo è continuare a guardare avanti. E la realtà dei fatti è che la nuova proprietà ha offerto alle persone che lavorano per il marchio una piattaforma industriale che permette davvero di ricominciare a sperimentare. La sperimentazione è nel DNA di C.P. Company, e Tristate offre ai nostri designer la possibilità di lavorare con un’infrastruttura tecnologica avanzatissima. Aggiungete a questo l’esperienza maturata da C.P. Company nell’ambito delle tinture, del colore, dei tessuti… è facile capire che le potenzialità sono enormi. E poi ci sono le persone: Paul Harvey e Alessandro Pungetti, i designer che negli anni si sono dimostrati più capaci di evolvere Stone Island e C.P. Company. A loro si aggiunge il responsabile dello sviluppo del prodotto, Stefano Polato, che ha seguito il marchio attraverso tutte le proprietà. Mi sento di essere in squadra con il dream team dello sportswear italiano.

Quindi, riassumendo: un gruppo che conosce bene la tradizione del marchio, e ha la possibilità di lavorare per innovarla grazie alla piattaforma industriale offerta da Tristate. Due parole su tre: manca la performance… dunque, la performance è la direzione che abbiamo deciso di prendere per innovare la tradizione C.P. Company. Performance vuol dire capi non solo belli e funzionali, ma resistenti all’acqua, traspiranti, capaci di seguire il movimento del corpo. Capi che sono già una realtà. Abbiamo già lanciato molti nuovi tessuti, ad esempio nella collezione estiva che ci lasciamo alle spalle il P-Lastic, leggerissimo e iperperformante, che ritroveremo nella sua versione pesante anche nella collezione invernale. Poi abbiamo sperimentato nuove tecniche come ad esempio il Component Dyeing, un’innovazione fenomenale che ci permette di saltare l’ultimo ostacolo che era rimasto di fronte al perfezionamento della nostra tecnica di tintura in capo: ora la possiamo applicare anche ai tessuto laminati a tre strati. E questo è solo l’inizio.

Quali sono le principali novità, obiettivi e sfide nel futuro prossimo di C.P. Company?

In meno di due anni di lavoro sul marchio, una cosa mi ha sorpreso: pensavo di trovarmi davanti un gruppo, diciamo, di vecchi cultori del brand. Gente di una certa età che apprezza C.P. Company da tempo. E invece ho capito subito che il marchio ha un forte ascendente sui ragazzi sotto i 25 anni. Per me è davvero una grande soddisfazione constatare che C.P. Company ha un valore per una nuova generazione di consumatori, che non ha vissuto la prima ondata eppure è affascinata dalla nostra idea di abbigliamento. Quindi il futuro credo sia consolidare quel segmento di pubblico… che non significa perdere chi ama il marchio da anni! Tradizione e innovazione non sono in conflitto, e credo che stiamo riuscendo a spiegare questo concetto attraverso i nostri capi. Almeno a giudicare dai dati sul sell out e dalla crescita del fatturato, che per ora viaggia intorno a un aumento del 50% stagione su stagione.

Insomma, l’idea che sia possibile far tornare in qualche modo giovane il lavoro di mio padre, far rivivere il suo approccio, per quanto in un’epoca diversa e in un mondo diverso, è senza dubbio la migliore delle motivazioni per andare avanti nel mio lavoro.