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05 Luglio 2019 – Contaminazione di mondi quella che, nell’era 3.0 è imprescindibile che accada.

In qualità di cittadini cosmopoliti e, con tutto ciò che è derivato dalle molteplici rivoluzioni digitali e non, oggi ciascun vissuto del quotidiano è online e proiettato in real time sullo schermo internazionale.

Da queste premesse, l’attenzione e la dedizione verso un mondo che si trasforma a velocità inimmaginabile, ha fatto nascere una serie di movimenti e sensibilità.

Sono gli Stati Uniti i precursori del fenomeno “fashion renting”: noleggio di vestiti e accessori firmati che sta approdando anche nel Bel Paese. Spopola in Cina e nel Regno Unito e promette di rivoluzionare il concetto di guardaroba.

Il mondo del fashion lancia un contrordine: è giunto il momento di salutare i vestiti inutilizzati, spalancare le ante dei guardaroba e affidarsi al noleggio.

Capitano della crescita del fashion renting è soprattutto l’online che, secondo Allied Market Research, nel 2023 avrà un valore record pari a 1.9 miliardi di dollari. Un trend che non solamente diviene amico delle donne permettendo armadi infiniti, ma rappresenta un antidoto etico al fast fashion.
Tendenza, quella proposta dai colossi della moda veloce, che sta contribuendo a mettere in ginocchio la salute del pianeta con produzioni sovrabbondanti e indiscriminate di indumenti e accessori a basso prezzo.

E’ El Paìs a dichiarare dati particolarmente significativi: solo gli ultimi 15 anni raccontano di come la durata media dei capi d’abbigliamento sia diminuita del 36%, con una vita inferiore ai 160 utilizzi.

Situazione che genera, con scadenza annuale, 16 milioni di tonnellate di rifiuti tessili nella sola Unione Europea.

Fotografia d’un divenire imperante che vuole trovare soluzioni etiche.

Tra i principali vantaggi del fashion renting annoveriamo il venir meno dello stress, malessere che si genera ogni qualvolta si apra l’armadio e non si è in grado di trovare il capo ideale, con conseguente riduzione di sprechi di tempo.

Come riportato dal The Telegraph l’universo femminile dedica quasi un anno della propria vita, precisamente 287 giorni, all’analisi del proprio guardaroba per selezionare il look of the day.

Da aggiungere che, indossare un abito per una seconda volta è per molte fonte di ansia: la fondazione britannica Hubbub decreta come una donna su tre consideri vecchio un vestito dopo averlo indossato una o due volte.

Il fashion renting rappresenta un nuovo modo di consumare, soprattutto per Generazione Z e Millenials, i target più attenti alla sostenibilità. Da tre anni a questa parte il concetto di sharing si è allargato andando verso un consumo che non sia più originato dal possesso ma dalla possibilità di utilizzare anche solo per poche ore un oggetto. Non è più tempo di possedere ma di potersi permettere un’esperienza” afferma il professor Giovanni Maria Conti, docente di storia e scenari della moda presso il politecnico di milano.

Noleggiare gli abiti permette anche di essere più felice: è infatti iniziata l’era dell’experience economy nella quale si prediligono gli investimenti in viaggi, concerti anzichè abiti e gioielli. Il noleggio diviene quindi una vera e propria esperienza. Grazie all’assistenza di nuove figure professionali quali le “fashion renter” è possibile farsi guidare e consigliare nella scelta del capo, adattarlo al proprio corpo con delicate modifiche tailor made e infine indossare una moda accessibile.

L’ultimo aspetto in analisi, è che il fenomeno del fashion renting permette la riduzione della piaga inquinamento. Acquistare meno capi d’abbigliamento è oggi fondamentale per salvaguardare il pianeta dal momento che il The Guardian ha dichiaro che, se nei prossimi anni non ci sarà un cambio di passo, di qui al 2050 l’industria del tessile sarà responsabile di un quarto del consumo del carbon budget, causando un aumento della temperatura di 2°.