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31 luglio 2019 – Alice Pasquini– nata a Roma nel 1980 – è un’artista contemporanea che con la sua arte ha saputo “abitare il mondo”. Illustratrice e scenografa italiana, è una figura poliedrica affermata a livello internazionale. 

Tra le rare protagoniste donne del movimento street art.

Queste le premesse che hanno determinato la scelta di Canada Goose di volerla come autrice del percorso artistico che lega tutte le città del mondo in cui il brand outerwear ha store monomarca. A Milano e Parigi, dove il brand aprirà le nuove doors, Alice Pasquini ha dato vita a opere d’arte che accompagneranno gli store fino al giorno dell’opening. Nel quadrilatero – al 18 di via Sant’Andrea angolo via della Spiga – per il primo flashship store italiano del brand made in Canada, le creazioni artistiche sono già visibili al pubblico. Una collaborazione, quella con Alice, che si estende anche alla sua partecipazione alle più importanti attività di immagine e comunicazione del brand durante la stagione autunno/inverno 2019.

Ecco un’ anteprima dell’intervista che verrà pubblicata nella versione completa sul prossimo numero di Hub Style in uscita a settembre.

Perché Canada Goose ha scelto Alice Pasquini?
È un contatto che è nato da Zurigo per merito dell’azienda, per proseguire poi con Italia, Asia e America. Sono stata selezionata come talent, come testimonial per poter raccontare il brand attraverso la mia storia. Sarà per una poetica e una filosofia comune, ma la sintonia tra noi è stata consequenziale. Una “relazione” spontanea in continuo divenire: la loro idea di vita all’aperto, di quella natura vissuta in città e del rapporto con l’uomo. La mia vita ne è la personificazione. Il mio modo di attraversare le metropoli non è un assecondare i passaggi più turistici. Anzi, è su tracciati alla scoperta delle cose. Ed è spontaneo che mi ritrovi a dipingere sotto la neve alle bassissime temperature di Berlino, piuttosto che vivendo la forza dei monsoni vietnamita. L’idea dell’avventura e il contatto con la natura fanno parte di una quotidianità che mi appartiene.

Da cosa ti sei lasciata ispirare per interpretare il brand?
È stata una convergenza poetica che ha guidato la mia interpretazione. Per questo motivo credo di essere stata scelta dal brand. Per una reale affinità di intenti nella comunicazione. Le donne, i soggetti che io ho dipinto per questa campagna, così come i colori che ho utilizzato, sono vicini alla mia poetica, sono elementi che avrei utilizzato anche in qualsiasi altra mia opera. È come se fosse presente un momento di sospensione, un qualcosa che sta per accadere e sono proprio quelli gli istanti della nostra vita in cui, trovandoci soli con noi stessi, spesso abbiamo un’intuizione senza saperlo.

Cos’è arte?
Ho iniziato a dipingere in strada per reazione all’accademismo. Da lì, da quella che pensavo fosse solamente una passione, ha preso vita tutto. Le persone mi hanno spronata a fare e fare sempre di più. Poi i social network, eco che ha saputo amplificare all’ennesima potenza il mio quotidiano. Io ho iniziato la mia arte quando il digital ancora non esisteva. Dipingevo, poi prendevo la macchina fotografica, un click e mettevo quello scatto in un diario. E lo facevo per me. Passano gli anni e cambiano le abitudini, le necessità. Le persone vogliono comunicare la vita e interpretano il corollario a seconda del proprio vissuto. Da qui scattano immagini di monumenti, di arte, di natura. È come se condividessero un qualcosa di mio facendolo loro. Questo fino al punto in cui le mie opere erano state cancellate, a Barcellona per esempio. Alcuni fan hanno riattaccato il fotogramma della mia opera, proprio lì dove mancava. L’arte è un qualcosa che mi ha messa in contatto con le persone permettendomi di concretizzarla, renderla viva. Che non essendo circoscritta al perimetro di una tela bianca in uno studio, fosse anche effimera. Perché fragile, è soggetta all’evolvere della città. Il mio interesse non era che rimanesse per sempre. Per me dipingere un muro, una grande superficie, significa attraversarla.