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09 settembre 2019 – Sempre numerosi e interessanti i progetti in cantiere per la FGF Industry capitanata da Enzo Fusco. Piemontese di nascita, pugliese d’origine e veneto d’adozione, il presidente del gruppo è una figura poliedrica di designer-imprenditore che, prima di iniziare quest’avventura ha lavorato per quasi trent’anni come consulente di stile per alcuni tra i più prestigiosi brand italiani e internazionali. In occasione dello scorso Pitti Uomo 96 e nelle successive settimane abbiamo approfondito con lui i “next step” che vuole intraprendere con i suoi brand, in particolare Blauer (a FGF Industry fanno capo anche Ten-C, Prince Tees, Blauer HT e BPD).

Cosa rappresenta una fiera come Pitti per lei e l’azienda?

Saranno vent’anni con il prossimo inverno. Questo per il settore significa garanzia e stiamo valutando come festeggiarne l’anniversario in modo adeguato. Un po’ come è accaduto in occasione degli 80 anni di Blauer, il party che abbiamo dato a Venezia durante la 73esima Mostra Internazionale d’Arte e Cinematografia, è stato oltre ogni aspettativa. Dalle 250/300 persone che ci aspettavamo, siamo arrivati a più di 500. Un momento esclusivo, in cui ogni capo è stato correlato a immagini di film.

Qual è il principale motivo di soddisfazione della crescita del marchio e in cosa ancora il brand sente di essere portato a fare e/o in che modo può evolvere?

Non posso dire che siamo ancora all’inizio ma di fatto siamo partiti da poco. L’estero è un segmento che ancora è da sviluppare e implementare e con estero intendo il mondo. Abbiamo iniziato a vendere in Giappone da due stagioni a questa parte ma non è sufficiente. Il mercato worldwide è una fetta interessante dell’economia di un’azienda. Di fatto, i numeri, qualora questo processo di internazionalizzazione dovesse rispondere positivamente, sarebbero nettamente più significativi. In America ad esempio o si raggiungono traguardi importanti o tendenzialmente il brand non decolla: è un mercato molto difficile che non prevede vie di mezzo. Oggi il mondo è cambiato. È necessario poter contare su un messaggio comunicativo importante, con un personaggio impattante, una distribuzione vincente. Altrettanto fondamentale è disporre di un negozio e al contempo non sottovalutare l’online.  Sono moltissimi i compromessi e a quel punto forse si potrebbe avere successo.

Come giudica il momento attuale della vostra azienda e quale il bilancio degli ultimi anni?

Dal momento in cui abbiamo venduto C.P. Company cresciamo del 20% ogni anno dagli ultimi quattro anni. È stato quindi un bene per l’azienda perché ci si è concentrati solo su di un preciso segmento. Anche se ovviamente mi è spiaciuto vendere un marchio come CP, che peraltro sta performando molto bene.

Pensate di implementare la rete dei negozi?

Sarà prossima l’inaugurazione dello store diretto a Verona e stiamo organizzando il primo shop in shop in Cile. Di fatto l’America Meridionale è un segmento che non deve essere trascurato. Vogliamo implementare il Giappone nonostante la presenza dello shop in shop e lo stiamo facendo con le nostre forze perché non disponiamo di grandi investitori al momento.

Valutate l’inserimento di nuovi investitori o fondi?

Io vorrei resistere ancora uno forse due anni, poi valuteremo. Preferirei un partner che aiuti il brand nello sviluppo e nella crescita, piuttosto che un fondo che finanzi economicamente ma che successivamente ai tre/cinque anni esca dalla società.

A oggi quanto incide l’Italia sul fatturato?

L’Italia pesa il 60%, un dato che mi piacerebbe invertire con l’estero. Io all’Italia devo molto. Abbiamo clienti che da 18/19 anni credono continuamente in noi. Purtroppo però non è possibile vivere solamente di un paese che non garantisca la tranquillità e la sicurezza che dovrebbe essere propria di ciascuna azienda. L’estero è molto più esigente, ma si lavora meglio sotto ogni punto di vista.

In Italia, di quanti retail multibrand disponete?

750 ne contiamo solamente nel nostro paese, ad aggiungersi i 500 esteri. In Germania sono 250 e circa 120 in Spagna.

A proposito di progetti che raccontano la sostenibilità…

A trattare il tema noi siamo stati i primi, basti vedere il nylon e la piuma riciclati. La vera sfida è quella di realizzare un prodotto sì riciclato ma che sia valido. Per l’inverno veicoleremo una capsule esclusiva, venduta solamente da un agente in Italia, uno in Germania e uno in Francia.

Come vede, in prospettiva, il futuro della distribuzione fisica rispetto ai canali online?

Tendenzialmente il nostro valore si attesta intorno al 120-130% in più sull’online. Nonostante questo, la gente non si capacita di come l’online si caratterizzi di costi ingenti. Per fatturare quattro milioni online in un anno (rappresentante circa il 7% del fatturato), abbiamo una spesa pari a 600-700 mila euro. Ritengo comunque che il futuro vedrà i due canali sempre ben presenti e integrati e che non si possa mai fare a meno della distribuzione fisica.