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13 Gennaio 2020

13 gennaio 2020 – “Siamo molto contenti di come siano andati gli affari in Fortezza”, dichiara Agostino Poletto, direttore generale di Pitti Immagine, “ e anche in città con gli eventi e la qualità delle tante presentazioni. Il merito va anzitutto allo straordinario lavoro degli oltre 1.200 espositori di Pitti Uomo, che hanno portato a Firenze i frutti della loro costante ricerca su materiali e tecniche manifatturiere e di una sapiente innovazione stilistica, oltre a più raffinate strategie di comunicazione e promozione. Un merito che va diviso con i nostri curatori marketing, che hanno scoperto tanti brand nuovi e interessanti in tutto il mondo e hanno costruito un’offerta ampia diversificata e per molti versi inedita, molto apprezzata dai compratori. Le boutique più influenti, i grandi department stores, le piattaforme e-commerce di fascia alta – ci sono stati tutti”, conclude Poletto.

Nonostante il percepito positivo, è stato registrato un calo delle presenze totali che si attesa a circa il 10% rispetto alla passata edizione di gennaio. Una flessione fisiologica e attesa, dove pesa soprattutto il risultato degli italiani. Si parla di circa 21.400 veri compratori, di cui più di 8.300 esteri. “D’altra parte se la crescita delle economie sviluppate è debole, se anche la Cina e la Germania rallentano, se i consumi europei e soprattutto italiani sono stazionari, se le tensioni sociali aumentano e lo scenario geopolitico globale è in forte ebollizione, come possiamo pensare che tutto ciò non si traduca in una maggiore prudenza da parte dei compratori?”, continua Poletto.

“Sì, è vero – commenta Raffaello Napoleone, ad di Pitti Immagine – la partenza stavolta è stata difficile. Il calendario internazionale ci ha imposto di partire immediatamente a ridosso delle vacanze natalizie, oltretutto in coincidenza con l’avvio dei saldi, che per la stragrande maggioranza dei dettaglianti sono vitali. Poi abbiamo recuperato e alla fine, anche in termini puramente numerici, siamo più che soddisfatti, come lo sono gli espositori. Il prossimo anno slitteremo alla settimana successiva e sarà un bene per l’intero sistema. Ma quello dei numeri nudi e crudi è un fatto con il quale tutti i saloni di qualità devono confrontarsi con realismo e senza paura. Anzitutto Pitti Uomo è una rassegna della moda maschile di fascia alta e in questo spazio, in tutto il mondo, la distribuzione si sta concentrando a ritmi accelerati, per non parlare delle quote crescenti di vendita sulle piattaforme online di qualità. Questo significa che ci sono meno negozi, meno compratori, ma la capacità di spesa del singolo soggetto commerciale è molto aumentata. Per noi italiani sarebbe sufficiente girare per le strade per renderci conto di quanti negozi abbiano chiuso in questi anni. Gli stessi brand fanno selezione, si stanno ritirando da quella distribuzione che non dà garanzie di tenuta, di servizio, di cura dell’offerta al consumatore”.

“Capisco che per i non addetti ai lavori vedere un segno meno possa indurre a formulare giudizi controversi sul successo o meno di una manifestazione e capisco anche certe preoccupazioni degli operatori economici cittadini che per pratica e istinto guardano comprensibilmente ai ricavi immediati. Ma il valore di un salone come Pitti Uomo ha bisogno di essere valutato sulla base di criteri più ampi e duraturi: nuove opportunità di export per i brand più dinamici, l’impatto della comunicazione, la guida strategica delle politiche promozionali di un intero settore, la diffusione delle innovazioni, il confronto ravvicinato tra i diversi segmenti della filiera”, conclude Napolone.