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Le loro calzature vengono accompagnate da una carta d’identità che ne descrive le specificità e le composizioni. ACBC (Anything Can Be Changed) dopo una fama internazionale condivisa grazie a tre pagine Facebook (all’inizio del 2017), chiuderà un anno critico come il 2020 crescendo ancora, in fatturato e collaborazioni. L’obiettivo, dopo essere diventati Società Benefit, è quello di affermarsi e diventare player strategici per risolvere (agli altri) le difficoltà della trasformazione in realtà più sostenibili.

Ne abbiamo parlato con Giò Giacobbe, ceo, ed Edoardo Iannuzzi, cso & creative director del brand.

Giò Giacobbe, ceo di ACBC

Da dove nasce l’idea ACBC?

Nasce dalla volontà di inserire nel mercato qualcosa di completamente innovativo e che potesse essere di rottura con il passato. Non da meno per l’idea di business: abbiamo lanciato il progetto su Kickstarter e quindi ci siamo affidati al pubblico. Questo succedeva ormai all’inizio del 2017. Prima di fondare la società siamo partiti con una limited perchè io ero in Inghilterra e Gio (Giacobbe – ndr) era in Cina. Poi è successo il “miracolo” di Facebook. Il video di presentazione del nostro progetto ha iniziato a prendere quota raggiungendo una massa critica per cui la gente iniziava a commentare e ripostare al punto che grazie a tre pagine (This is brain, Tech Inside e GiGadgets) raggiungiamo 47 milioni di visualizzazioni (ripartite tra 27, 13 e 7.5) più altre pagine che ci hanno permesso di arrivare a 60 mln di view organiche. Da lì siamo nati quasi come una tech start up più che fashion start up e, di fatto, abbiamo raccolto i fondi prima di procedere con la prima nostra produzione: 700mila dollari al tempo divisi tra distributori e privati. Per noi quella è stata una prima validazione del nostro approccio verso il mercato che poi abbiamo mantenuto: da azienda monoprodotto a realtà che ha diversificato realizzando anche linee per terzi.

Perchè una sneaker con tomaia intercambiabile?

Si tratta di un prodotto con tre vantaggi intrinseci. È travel quindi occupa meno spazio, si risparmiano diversi quantitativi di plastica e, in ultimo, è customized. Da quest’anno, grazie o a causa Covid, la sensibilità riguardo la sostenibilità è aumentata molto e quindi il tema “etico” è emerso molto più degli altri due elementi. Edoardo ha infatti ulteriormente strutturato un team che si occcupasse di design e sostenibilità. Abbiamo cambiato assetto societario, infatti siamo diventati società benefit caratterizzata da tre elementi: animal welfare, bio based e recycled. A statuto quindi non possiamo utilizzare elementi animali.

Prevedete di integrare l’offerta con altre proposte come il total look?

Per i prossimi tre anni no, sebbene lavoreremo su altre categorie oltre alle calzature in collaborazione con molte realtà. Stiamo inoltre brevettando tecnologie nell’ambito della sostenibilità.

Parlateci della vostra filiera.

Tutti i fornitori sono certificati e la nostra rete è globale, coinvolge infatti Europa, America e Sud America. L’ultima partnership è quella realizzata con il calzaturificio marchigiano Giano. Per noi il made in Italy ed Europe sono parte dello scope ma in chiave sostenibile.

Quanto costa oggi per un’azienda essere sostenibile?

La difficoltà principale è quella di trasformare completamente un’azienda e il suo modus operandi nel lavorare. Quindi quello che per anni è stato, quando si intraprende il percorso della sostenibilità non può più essere. I prodotti green si caratterizzano per un prezzo al di sotto del quale non è possibile andare, questo perchè il green è un “movimento” appena nato, quindi maggiore sarà la richiesta di materiali, materie prime e altri componenti più il prezzo si abbasserà. Noi non siamo estremisti della sostenibilità, per noi è importante solamente che, seppur in minima parte, le aziende inizino ad approcciare il tema. Il 100% green non esiste soprattutto nel comparto sneakers perchè, soprattutto a livello di performance, è necessaria una parte fossile.

Dal punto di vista degli obiettivi, quali quelli raggiunti? E quelli che vi siete prefissati nel medio-lungo termine?

Noi disponiamo di un bilancio sociale e, analizzandolo, abbiamo appurato come abbiamo già risparmiato 4 milioni di kg di plastica attraverso la sneaker con zip da quando siamo nati. L’obiettivo è avere credibilità nella sostenibilità implementando sempre la percentuale green nei nostri prodotti rispettando tuttavia il principio della competitività e dell’appealing. Per testimoniare il nostro livello di sostenibilità, per ogni collaborazione alleghiamo una carta d’identità che sia capace di dichiarare cosa sia o meno sostenibile. Un foglio che attesti, per ogni elemento, quale materiale è stato utilizzato e le relative certificazioni. Questo a un “primo step”, analizzando il pendente sul laccio. Poi, in seconda battuta, scannerizzando il QR Code, si andrà ad approfondire ulteriormente il livello di sostenbilità.

Quanti sono oggi i consumatori che possono definirsi attenti nella realizzazione di acquisti consapevoli?

Pochissimi. Oscillano tra l’1 e il 3%. Ci vorrebbe una maggior educazione al tema considerato che, tendenzialmente, il consumatore green è colui che non vuole una marca ma un prodotto di ricerca.

Quali sono le prossime collaborazioni confermate?

Per l’inverno collaboreremo con Save The Duck, Ice Play, Maliparmi, Rewoolution, Philippe Model e molti altri.

Perché vi scelgono?

Perché diamo alle aziende soluzioni concrete circa il tema della sostenibilità: risolvere il “non avere idea” è una grandissima opportunità.

Parliamo di fatturato: 2019 vs previsione 2020. Quanto ha impattato sulla vostra economia Covid-19? Come l’avete affrontato?

Abbiamo tre anni di vita. Il primo anno abbiamo chiuso il fatturato a un milione e due, il secondo anno a tre milioni, quest’anno tre milioni e sette. In uno scenario così complicato come quello determinato da Covid-19 noi siamo riusciti a crescere. Sul totale, il brand ACBC quest’anno pesa 50% e l’altra metà del fatturato lo fanno le collaborazioni, lo scorso anno invece è stato 70% noi e 30% le partnership.

In quali mercati siete presenti? Quali quelli che vorreste approcciare? A proposito di distribuzione, com’è articolata la vostra?

Online, questa è una giusta risposta. Nel digitale hai coscienza del dato, le collaborazioni vengono già distribuite nei multibrand. Sull’online invece monitori i tuoi consumatori, non ti affidi alle sensazioni ma valuti elementi oggettivi. In Italia abbiamo un nostro punto vendita e ne apriremo altri quattro o cinque.

Chi sono i vostri competitor? E in cosa vi differenziate da loro?

Allbirds negli Stati Uniti e in Europa Veja. A differenza di queste due realtà noi assicuriamo una trasparenza totale su come è fatto il prodotto. Siamo più articolati rispetto ai primi e più scientifici rispetto a Veja, sebbene i paragoni non ci piacciano.

Edoardo Iannuzzi, cso & creative director del brand.

di Sara Cinchetti