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27 Gennaio 2021

Il 2020 ha rappresentato un anno incredibilmente difficile per il comparto moda. Ne abbiamo già parlato e su questo primo numero 2021 di HUB Style tracciamo alcuni bilanci finali che riguardano il settore. In molti casi, aziende e retail hanno evitato il tracollo grazie a una solidità finanziaria conquistata negli anni passati e ottimizzando al massimo i costi. Ma hanno comunque chiuso con un calo in media tra il -15 e il -30%. Per la precisione, la contrazione del fatturato complessivo del sistema moda italiano per il 2020 si attesterebbe a -29,7% (contro il -32,5% previsto a luglio) per una perdita totale di 29 miliardi. Giù anche gli occupati, con una perdita di posti di lavoro tra il -14 e il -20%. Numeri in parte previsti dalla maggior parte degli imprenditori della fashion industry dopo il primo lockdown e il conseguente stop delle produzioni. A conferma di una lucidità di analisi e capacità di programmazione che contraddistingue gli addetti ai lavori del nostro settore.

Già, la programmazione. Dote che sembra invece scarseggiare tra le sinapsi di molti cervelli che – ahinoi – continuano a decidere senza logica apparente la sorte di migliaia di imprenditori. Parliamo in particolare dei negozi moda e sportswear. I quali hanno fatto di tutto per adeguarsi alle più disparate norme igenico-sanitarie. Con il risultato di essere comunque vessati da continue chiusure, spesso senza neppure adeguato preavviso. Peraltro con la beffa dei codici Ateco: chi è classificato come negozio sportivo, ma al suo interno vende anche capi lifestyle, negli ultimi mesi anche in zona rossa ha continuato a tenere aperto, a differenza degli altri punti vendita con i medesimi marchi e prodotti ma con un codice differente. In generale, ci dovranno pur spiegare prima o poi questi geni al potere perché sia più sicuro acquistare libri, biancheria, articoli sportivi, profumi, cosmetici, fiori e svariate altre tipologie di prodotti, rispetto a calzature o abbigliamento.

In attesa di una risposta che evidentemente non saranno in grado di dare, sappiamo per certo che alcuni negozi si sono organizzati con una forma di disobbedienza civile che definiremmo silenziosa, pacata, discreta, perfino elegante. Con appuntamenti face to face gestiti in totale sicurezza, alcuni “imprudenti e sconsiderati” retailer hanno comunque incontrato alcuni affezionati clienti. Magari ospitandoli “furtivamente” nel proprio store con le serrande abbassate. Appuntamenti clandestini che certo non hanno in alcun modo contribuito a far alzare la curva dei contagi. Semmai a riequilibrare, in piccola parte, il bilancio in perdita di una stagione invernale fortemente penalizzata. Con l’amarissima e clamorosa “ciliegina” sulla torta dei calcoli sbagliati che hanno portato l’ennesima (e questa volta sotto ogni punto di vista immotivata) chiusura dei negozi in Lombardia nella terza settimana di gennaio. In pieno periodo di saldi.

Se tali iniziative non vanno promosse o pubblicizzate, non saremo certo noi a condannarle e biasimarle. Rappresentano una delle forme di resilienza che la distribuzione ha messo in campo per mantenere e in alcuni casi perfino rafforzare il rapporto con la propria clientela. La quale, da una parte è sempre più abituata e a suo agio con gli strumenti digitali, e-commerce e non solo. Per questo i negozi più evoluti si sono organizzati anche con dirette streaming, realtà aumentata, visite virtuali e chat. Dall’altra non vuole rinunciare a vivere una sana shopping experience in presenza. Con l’auspicio che l’interazione fisica – anche tra le mura dei negozi – torni quanto prima a essere non un’azzardata eccezione, ma una piacevole consuetudine.

Sarebbe bello menzionare anche i casi in cui molti clienti hanno sfruttato le opportunità dei saldi di gennaio in prospettiva futura anche e soprattutto per il prossimo inverno, augurandoci che presto si possa tornare a socializzare in modo sempre più normale…