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Nelle ultime stagioni il vintage ha avuto un ruolo sempre più centrale anche nel mondo streetwear e delle sneakers. In quest’ambito la ricerca del look “invecchiato” è stata declinata in una maniera inaspettata: gli appassionati rendono “vissute” le proprie sneakers in maniera artificiale, affidandosi ad artisti del custom.

Versione integrale dell’intervista pubblicata su HUB STYLE MAG 01-21 a pagina 46.

Da qualche mese è esploso nel mondo delle sneakers un trend molto particolare: quello delle scarpe “invecchiate”. Dopo un decennio in cui la pulizia e la cura delle sneakers sono stati fondamentali, facendo anche la fortuna delle diverse aziende che hanno proposto prodotti di sneaker-care, recentemente pare che in tanti si siano riscoperti amanti del vintage e del look vissuto, sempre alla ricerca di qualche modello dimenticato marchiato dai segni del tempo. Non tutti possono permettersi di spendere migliaia di euro per un’edizione originale di metà Anni ’80 di un’Air Jordan o una Dunk. Per questo motivo, durante il 2020 sono apparsi su Instagram i post di diversi customizzatori di sneakers che mostravano orgogliosi lavori in cui replicavano su modelli nuovi l’invecchiamento e i segni del tempo, donando a riedizioni uscite negli ultimi anni il look vintage degli originali. Re indiscusso di questo tipo di lavorazioni è Philip Leyesa aka Philllllty, artista americano che per primo ha mostrato sui social questo tipo di custom. Grazie alla sua capacità di riprodurre quasi alla perfezione i segni di oltre trent’anni di storia su un paio di scarpe ha lavorato per celebrità, artisti e store come Bodega per cui ha relizzato una serie di Nike Dunk “invecchiate” utilizzate negli scatti promozionali dell’ultima collaborazione del negozio di Boston con lo Swoosh. Il suo cliente più illustre però è stato Daniel Arsham, che ha affidato a Leyesa il suo paio di Air Dior, commissionandogli la customizzazione di una delle sneakers più costose e desiderate del 2020.

In Italia tra i pochi che eseguono questo tipo di lavori c’è Jacopo De Carli, artigiano, restauratore e calzolaio 2.0, a cui ho fatto qualche domanda riguardo questa tendenza.

Jacopo De Carli al lavoro su un’Air Jordan 1 “Chicago” del 1985.

Quando, secondo te, è nato il movimento delle “scarpe invecchiate”? Quando, invece, hai pensato fosse il momento giusto per cominciare a proporre questo tipo di lavorazione ai tuoi clienti?

Ho sentito parlare per la prima volta di questo nuvo trend nei primi mesi dell’estate 2020, quando un mio amico e cliente mi ha inviato su Instagram una foto che stava circolando molto. Un’Air Jordan 1 “Royal” dal look invecchiato, completa di lacci viola scoloriti per imitare quelli delle paia originali del 1985. Da subito ho iniziato a pensare come avrei potuto realizzare quel look con il mio stile e i miei metodi per non copiare chi lo stava già facendo prima di me. Ho cominciato a stilare una lista delle tecniche e dei prodotti che avrei potuto utilizzare e ho realizzato per prime proprio una “Royal” e un’Air Jordan 1 “UNC to Chicago” in cui ho replicato storage marks, segni di utilizzo e invecchiamento. Non è stato facile perché non utilizzo pitture di alcun genere ma prodotti che simulino la naturale usura dei materiali. L’ostacolo più grande è stato trovare una tintura adatta a replicare l’ingiallimento dato dal tempo: per alcuni è troppo marcato, per altri troppo poco, ma con l’esperienza sto aggiustando la mira. Ho iniziato a proporre questo tipo di lavorazioni quando mi sono sentito fiducioso di poter garantire ai miei clienti un lavoro all’altezza delle loro richieste. Ovviamente questo effetto non piace a tutti, è un tipo di custom abbastanza “divisivo” e discusso ma, alla fine, l’importante è che si parli dei miei lavori.

Quanto tempo richiede un lavoro di questo genere? Al netto della “base” su cui operare, quanto può costare al cliente un “invecchiamento”?

Pochi giorni fa ho realizzato un custom per Federico Barengo utilizzando come base un’Air Jordan 4 “Sashiko”, un modello ispirato alle tecniche giapponesi di trattamento del denim caratterizzato da un complesso mix di tessuti, materiali e ricami. Per lui ho utilizzato diverse tecniche di distress e scolorimento che mi hanno richiesto circa quattro ore. Per lavorazioni più semplici ne bastano una o due dilazionate nello spazio di una giornata, per permettere ai prodotti di attivarsi e ai materiali di riposare. In merito ai costi non amo dare cifre esatte. Ci tengo però a sottolineare che non parliamo di numeri esorbitanti. Si parte da circa €100 per le lavorazioni più semplici a salire in base alle esigenze del consumatore.

I tuoi clienti ti “portano” come ispirazione immagine di lavori simili o di modelli realmente vintage che testimoniano i segni del tempo? Pensi sia più importante soddisfare le richieste di un acquirente o realizzare un lavoro “realistico”?

Molti clienti mi consegnano immagini recuperate sul web, anche di lavori irrealizzabili o davvero brutti. Qualche volta sono io a consigliarli sui trattamenti più efficaci da realizzare. Di base se non sono sicuro di poter ottenere un buon risultato o, semplicemente, non mi piace il lavoro che mi viene richiesto, preferisco non eseguirlo. Qualcuno mi ha chiesto di realizzare dei custom portandomi immagini di pezzi vintage di metà Anni ’80, ma non posso mai garantire di poter ottenere un risultato identico a quello causato dai segni del tempo e dall’invecchiamento naturale delle sneakers. Preferisco lavorare in maniera creativa e chiedere ai miei clienti la fiducia e lo spazio per poter proporre e lavorare come preferisco, così da essere anche certo di poter realizzare i miei lavori ad alto livello. Vista l’enorme richiesta ho deciso di limitare determinate combinazioni tra modello e lavorazione a sole sette paia realizzate, così da poter garantire un prodotto unico ed essendo obbligato a non ripetere qualcosa di già fatto, cercare nuovi stimoli.

Pensi che custom di questo tipo siano nati per sopperire al costo e alla difficile reperibilità di edizioni originali di modelli come Dunk o Air Jordan o dall’esigenza di poter curare l’estetica delle sneakers “invecchiate” nel minimo dettaglio senza lasciare spazio al caso?

Spesso i miei amici e i miei clienti si affidano a me per “migliorare” scarpe che non piacciono, ma che sanno potrebbero cambiare completamente con la giusta lavorazione. Riescono così a tirare fuori il meglio da una sneaker che, altrimenti, non avrebbero mai indossato. Altri, invece, mi chiedono di dare un look vintage senza però replicare esattamente quello delle edizioni originali. Un tipo di lavoro che anche io non apprezzo.

L’Air Jordan 1 Dior modificata da Philllllty per l’artista Daniel Arsham

Il custom realizzato da Philip Leyesa per Daniel Arsham utilizzando come base un’Air Dior ha fatto molto discutere. Cosa ne pensi?

Mi è piaciuta molto l’idea di Daniel Arsham di personalizzare la sua Air Dior “rovinandola”. Non sono uno per cui esistono modelli intoccabili o troppo esclusivi per essere personalizzati. Philllllty, l’artista statunitense che ha realizzato il custom, è stato il primo a proporre questo tipo di lavorazione sui social. I primi lavori che mi sono stati commissionati erano direttamente ispirati ad alcune sue creazioni che i miei clienti volevano replicare. Il risultato finale è davvero bello e il valore e l’esclusività dell’Air Dior contribuiscono a rendere questo custom irripetibile. Arsham ha voluto rendere unico il suo paio per distinguerlo non da una “massa” ma dai pochissimi che, come lui, hanno avuto la possibilità di ricevere in regalo o acquistare un’Air Dior. Se io avessi un paio di Dior, probabilmente ci penserei. Indipendentemente dal gusto personale apprezzo l’idea e il lavoro di Philllllty. Molto belli anche i dettagli e l’invecchiamento di box e accessori.

Se potessi scegliere, su quale modello ti piacerebbe svolgere un lavoro di questo tipo?

Non ho preferenze particolari. Quando creo su una scarpa per me, alla fine, hanno tutte la stessa importanza perché conta la soddisfazione del cliente e il risultato, che dev’essere bello e unico. Potendo scegliere, però, mi piacerebbe lavorare su qualcosa di molto importante che possa dare “fastidio” ai collezionisti più integralisti che finiscono per tenere le loro scarpe in teca per paura di rovinarle o che possano perdere valore. Magari un’Air Jordan 1 “Shattered 1.0” o una “Fragment Design”. Giusto per far discutere un po’ sui social.

a cura di Marco Rizzi