di Cristiano Zanni

A parlare è Patrizia Bacci Biondi, presidente dalla celebre Roy Roger’s che, nata dal “sogno americano italianizzato” di Francesco Bacci, è ancora oggi un’azienda familiare. Pionieri del blue jeans, la realtà fondata nel ’49 a Campi Bisenzio (Fi) è ora alla terza generazione e prosegue sul tracciato iniziato da colui che ha saputo innovarla e rinnovarla: Fulvio Biondi.

A partire da sinistra Patrizia Bacci Biondi con i figli Guido e Niccolò Biondi

Ci racconti la storia di Roy Roger’s e di suo padre che potremmo definire… un visionario.

Più che visionario direi pioniere, in quanto ha saputo concretizzare molto di quello che ha pensato, trasformandolo in realtà. Lo si potrebbe paragonare a Steve Jobs, avendo realizzato qualcosa che qui ancora non esisteva. Mio padre nacque nel ’28 e si può immaginare il contesto in cui si trovò a vivere, in un dopoguerra liberato dagli americani. Questi soldati portarono con loro tante novità tra cui la cioccolata e un nuovo abbigliamento.

Va detto che mio nonno (padre di mio padre) era un venditore ambulante di tessuti che, in quegli anni, girava con il suo calesse commercializzando alla clientela tessuti poi confezionati da casalinghe e massaie. A quel punto mio padre, dopo aver visto quegli americani salvare l’Italia e nutrendo quindi una totale ammirazione per quel continente ed essendo fidanzato con una pantalonaia (mia madre), decise di lavorare il tessuto di mio nonno facendole confezionare capi. Le proposte erano pensate per una clientela di lavoratori ma, nonostante fossero realizzate con i cotoni o i tessuti più utilizzati all’epoca, avrebbe volute lavorarle con quel jeans che vedeva indossati nei film o dai soldati. Doveva quindi procurarselo per poterlo elaborare in quello che, nel frattempo, era diventato il suo piccolo laboratorio alle porte di Campi Bisenzio.

All’epoca l’unico produttore di jeans era la statunitense Cone Mills Corporation, decise quindi di partire, poco più che ventenne e senza conoscere la lingua, alla volta di quest’azienda sconosciuta. Fortunatamente trovò molti direttori italo-americani con i quali si confrontò e fu talmente convincente da riuscire a iniziare una collaborazione che dura ancora oggi. Nel 1952 sentì però l’esigenza di avere un brand suo, che sapesse rappresentare quei pantaloni e che fosse “americaneggiante” nel nome. Caso volle che alcuni suoi amici d’oltreoceano gli raccontarono la storia di un sarto statunitense chiamato Roy Roger’s che, con il suo calesse, si spostava per la California a cucire le salopette per i farmer. Ne rimase talmente affascinato da sceglierlo come nome della sua futura azienda, forse perché gli ricordava la storia di suo padre.

Il nostro jeans fu il primo a essere realizzato in Italia e nel tempo ci siamo fatti conoscere per il nostro “normale stretto”, un classico cinque tasche con cerniere. Logicamente non c’era lavaggio e il jeans si ammorbidiva solamente utilizzandolo e lavandolo in casa.

Cosa le è rimasto di quello che le ha insegnato suo padre? Lei è entrata in azienda da subito.

Mio padre, in famiglia e da tutte le parti, parlava esclusivamente di lavoro ma non ci è mai pesato, tanto che io e mio marito (Fulvio Biondi) abbiamo fatto lo stesso con i nostri figli. Ed è anche grazie a lui se Roy Roger’s è oggi quella che è. Dopo 50 anni era necessaria un’innovazione significativa, basti pensare che negli Anni ’80 con l’arrivo di Diesel e Replay cambiò tutto: loro comunicavano e vendevano ai dettaglianti, noi eravamo abituati a volumi ingenti con i grossisti. Mio marito riuscì ad arricchire il nostro prodotto, riposizionare il brand e ripensare le strategie, molte altre realtà invece non ne sono state capaci. E la terza generazione oggi sta seguendo queste orme, per esempio con l’apertura dei monomarca.

Quanto conta per voi l’Italia rispetto al resto del mondo e cosa ne pensate degli Stati Uniti?

Pesa intorno all’80%. Gli Stati Uniti sono un mercato difficilissimo, noi siamo in America con altri brand della nostra società, ma è un territorio altamente specializzato. Stiamo valutando se abbia senso entrarvi anche con Roy Roger’s oppure sia meglio concentrarsi più su altre aree, come il Giappone.

E per quanto riguarda la sostenibilità, invece, come la affrontate?

La maggiore sostenibilità che possiamo attuare è produrre in Italia nel pieno rispetto di tutti i passaggi ed è per questo che possiamo dirci made in Italy.