Negli ultimi dieci anni, trascorsi tra Porta Ticinese e la nuova location di Via Santa Croce, Dictionary ha proposto alla sua clientela un mix unico di brand consolidati ed emergenti, mettendo sempre gusto e qualità prima dei trend. Ne abbiamo parlato con il fondatore, Matteo Rancilio.

 

Ti chiederei di presentarti ai nostri lettori e parlarci un po’ di Dictionary.

Sono cresciuto facendo skateboarding tra gli Anni ’80 e 2000, sono un po’ introverso e mi piacciono le cose belle. Ho deciso un giorno di aprire Dictionary per avere finalmente un guardaroba adeguato a quelli che sono i miei gusti personali. Scherzi a parte, la mia famiglia era del settore, sono cresciuto tra pellami e forme di scarpe. Però nella vita volevo fare ben altro ma per vicissitudini strane sono tornato nel mondo dell’abbigliamento aprendo un mio store.

Come hai costruito la brand list di Dictionary? Quali sono le tue fonti d’ispirazione quando devi scegliere un nuovo marchio da inserire in negozio o, più semplicemente, fare ricerca?

Esclusivamente gusto personale. Inizialmente, nel 2013, usavo tantissimo Instagram. Seguivo altri store europei e c’era una sorta di comunità e di scambio. Ora non guardo social, penso siano completamente deleteri. Ormai è tutta sponsorizzazione, diretta o indiretta. Una volta se un negozio di Berlino postava un brand significava che ci credeva. Ora è perché ha qualche deal con l’azienda. Inutile. Le mie selezioni sono basate unicamente seguendo il mio gusto personale. Cerco di farmi influenzare il meno possibile dall’esterno.

Nei dieci anni trascorsi dall’apertura di Dictionary i trend sono cambiati molto rapidamente: dallo streetwear più “tradizionale”, fino all’influenza di fashion e luxury e, ora, un netto spostamento verso il menswear e l’outdoor. Secondo te cosa dobbiamo aspettarci dalle prossime stagioni e cosa, invece, speri di non rivedere?

Spero di non rivedere più tutto quello che hai citato. Negli ultimi anni ho visto cose orribili senza senso. Ma sono fiducioso, c’è tanta nuova linfa tra brand emergenti, soprattutto italiani.

 

Quali sono i best seller all’interno di Dictionary in questo momento e qual è, invece, un marchio che ti piacerebbe inserire in futuro?

Silted, emergente italiano, sta andando molto bene, una rivelazione, li adoro. Un brand che vorrei? Il mio.

Milano è ancora una piazza stimolante su cui lavorare o ha perso la spinta che l’ha resa una delle città di riferimento per gli appassionati in tutto il mondo?

Milano da inizio pandemia è il fantasma di sé stessa, spero si riprenda. Non penso, però, sia un punto di riferimento – non credo lo fosse nemmeno prima, è semplicemente la città italiana più a contatto con l’Europa. Per essere riferimento bisogna prima di tutto avere una storia condivisa tra chi abita e vive la città. Mi sembra che qua l’unica cosa che si condivide siano i follower su Instagram. Mancano le sottoculture, quelle vere. Fino ai primi Anni 2000 Milano era avanguardia. Vedo più fermento in provincia, dove la gente ha più tempo per pensare, e quindi creare, senza troppe influenze. Secondo me la musica è indice affidabile delle nuove tendenze e mi fa molto pensare che una band romana sia in cima nelle classifiche di tutto il mondo mentre artisti milanesi creano collab con i brand in cerca di visibilità.

Website: www.dictionarymilano.it
IG: @dictionary_milano
Leggi la copia digitale di HUB 05-21 – Issue 27 qui