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Il termine “valore”, come sappiamo, può avere una duplice accezione. Quella meramente materiale, che indica la quantificazione economica di un oggetto. C’è poi il significato più astratto e nobile, relativo alle doti intellettuali e morali di una persona così come di un’organizzazione più o meno complessa, quale può essere un’azienda.

Sul primo fronte, è ormai evidente che svariati settori, compreso quello della moda, negli ultimi mesi abbiano visto rimettere in discussione molte dinamiche inerenti alle tradizionali logiche di produzione e consegna delle merci, specialmente se realizzate nei Paesi extra-europei. Prendiamo i costi di trasporto. La forte ripartenza dell’economia e delle produzioni dopo i primi mesi di lockdown e un’inedita concentrazione dei carrier marittimi ha portato all’impennata del prezzo dei noli su tutte le rotte (fino a +600%) con una riduzione del 12,5% della capacità mondiale dovuta ai ritardi e alle congestioni.

Chiaramente chi ha mantenuto o riportato le produzioni in Italia (o quantomeno in Europa) ha avvertito meno il problema. Ma non ha comunque potuto svicolarne un altro, ossia l’aumento dei costi di approvvigionamento delle materie prime: a crescere nell’ultimo anno (rispetto a settembre 2020) sono stati soprattutto il cotone (fino a +120%), la lana e le fibre sintetiche (poliestere +49%, nylon +27%, acrilico +74%) e quelle artificiali (viscosa +17%). Chiaro che tali costi non saranno assorbiti in toto dalle aziende, ma verranno redistribuiti su tutta la filiera, con aumenti in vista sui vari listini.

Per quanto concerne l’altra faccia della medaglia del termine “valore”, ci sono aspetti con i quali tutti – dagli addetti ai lavori al cliente finale – dovranno sempre più (letteralmente) fare i conti. Sono quelle della sostenibilità e della responsabilità sociale. Ecco quindi il secondo significato di cui parlavamo. Sul quale c’è molto da dire, perché il rischio di azioni solamente di facciata è sempre più alto. Ne parliamo nella consueta rubrica “Green Tips”, dedicata su questo numero proprio al problema del green washing e della comunicazione ingannevole. Tanto che alcuni analisti affermano che solo il 10% dei marchi è davvero trasparente.

Anche per questo motivo le aziende saranno chiamate sempre di più a rendere pubblico quanto dei ricavi, degli investimenti e delle spese operative possa essere considerato realmente sostenibile dal punto di vista ambientale. Un tema che non a caso torna sempre più spesso nei contenuti e nei focus di HUB Style. “Non è pensabile oggi un’innovazione che non sia sostenibile”. Questa l’ambiziosa ma corretta affermazione di Alberto Candiani, che abbiamo intervistato proprio all’interno di uno dei nostri speciali, questo mese dedicato al denim. Protagonista anche “dal vivo” con il gradito ritorno in presenza dell’edizione milanese di Première Vision, caratterizzata da una crescente sensibilità verso una produzione sempre più consapevole e virtuosa.

In un periodo che conferma la forte ripresa del nostro settore, queste nuove scale di valori possono essere considerate le due principali sfide a breve e lungo termine. Chi saprà percorrerle con strategia, lungimiranza, consapevolezza e trasparenza sarà in grado di mantenere o (ri)conquistarsi un ruolo di primo piano nella fashion industry del futuro.

Benedetto Sironi
benedetto.sironi@sport-press.it