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di Manuela Barbieri

Considerando che l’industria della moda è la seconda più inquinante solo dopo quella petrolifera, quanto un abito definito “green” lo è realmente? Inserire una percentuale di poliestere riciclato nella fibra di un tessuto non basta per sostenere di essere un prodotto eco (o addirittura a impatto zero) e descrivere conseguentemente sostenibile la propria filiera produttiva. Purtroppo, sono tanti i brand che con le loro campagne marketing illudono, o addirittura ingannano, i consumatori, facendogli credere di salvare il Pianeta acquistando un capo, un accessorio o un paio di scarpe. Si chiama sostenibilità di facciata, o più comunemente “greenwashing”.

“Sempre meglio di niente”, penseranno alcuni leggendo queste righe. Vero, ma almeno siamone coscienti. La moda sostenibile è un’utopia utile, probabilmente addirittura necessaria, ma non di certo risolutiva. Lo sanno bene i giovani di oggi che, come Greta Thunberg, sono realistici, poco retorici e molto pragmatici. Forse perché saranno proprio loro ad assistere a sempre più frequenti carestie, incendi devastanti e perfino gente in fuga da regioni rese inabitabili dal caldo estremo o dalla siccità.

Quello che vi raccontiamo – ci teniamo a sottolinearlo – vuole avere questa semplice consapevolezza.

Il grande nemico della transizione verde

“Greenwashing and sustainability, a growing trend that needs to be addressed” è il tema discusso durante la sesta edizione del Simposio Internazionale tenutosi presso l’Isola di San Servolo (Venezia) e organizzato da Alcantara in collaborazione con la Venice International University e il supporto di Social Impact Agenda per l’Italia, il network italiano degli investimenti a impatto sociale.

L’edizione di quest’anno, che ha visto confrontarsi responsabili politici e rappresentanti di organizzazioni internazionali, scienziati e accademici, imprenditori e manager, si è posta l’obiettivo di discutere sulla crescente diffusione del greenwashing, problema emergente di assoluta priorità per l’implementazione della transizione ecologica.

Tra i temi trattati anche la necessità di definire standard tecnici e di certificazione che possano essere diffusamente accettati, oltre ad aver approfondito il bisogno di individuare normative efficaci e di valutare l’impatto degli incentivi fiscali e altre misure simili.

Andrea Boragno, chairman e ceo di Alcantara, ha sottolineato “quanto il greenwashing rappresenti un nemico della transizione ecologica, capace di creare casi di concorrenza sleale e dirottare investimenti da attività sostenibili verso altre che non lo sono”. Per questo va bloccato.

Di seguito, a entrare subito nel vivo dei temi, il primo intervento di Giovanna Melandri, chairwoman Human Foundation and SIA (Social Impact Agenda for Italy), membro del board esecutivo di GSG for Impact Investment: “Tutti coloro che da decenni lavorano sulla transizione ecologica e sociale oggi devono affrontare un nuovo nemico: il rischio che la compliance riferita agli ESG divenga per alcune aziende esclusivamente uno strumento di marketing”.

Il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili Enrico Giovannini ha invece dichiarato in un videomessaggio: “Consapevole del pericolo che fenomeni come il greenwashing rappresentano, soprattutto nel mondo finanziario, l’Europa è in prima linea a livello internazionale per definire l’adozione di indicatori comuni su quanto fatto, e sulla trasparenza di aziende e istituzioni”.

Collegata a distanza, è intervenuta anche Simona Bonafè, membro del Parlamento Europeo: “Non ci sarà neutralità climatica senza un nuovo modello di produzione e consumo che sia davvero circolare, alla luce anche delle nostre carenze per quanto riguarda la fornitura di materie prime. È fondamentale poi evitare il greenwashing: i nuovi claim non devono imbrogliare i consumatori, fornendo invece informazioni non ingannevoli, basate su criteri di sostenibilità scientificamente validi”.

Per Timothy Nixon, ceo Signal Climate Analytics, “solo il 10% delle aziende è davvero trasparente (dati Signal Climate Analytics/Reuters)”.

Renoon: l’app per lo shopping consapevole

Renoon è un’app di shopping responsabile pensata per chi vuole vestire green con stile. Al suo interno c’è un’ampia selezione di articoli eco-friendly che parte da fasce di prezzo accessibili fino ad arrivare al luxury.

Usato e noleggio

In Renoon si trovano brand sostenibili, pezzi unici di seconda mano e vintage e persino un’ampia selezione di noleggi.

Una community di valori

La piattaforma è fatta di persone e brand con gli stessi valori e la stessa mission. Gli Advocates sono membri della community che hanno reso pubbliche le loro scelte, quindi si possono vedere quali marchi sostengono e come combinano lo stile con i valori.

Monitoraggio dei propri progressi

Sull’app ciascuno può tenere traccia dei brand che si stanno supportando e dell’impatto ottenuto utilizzando Renoon. L’applicazione offre anche informazioni sulle azioni che i brand stanno intraprendendo nel loro percorso di sostenibilità e gli utenti possono segnalare eventuali casi sospetti di greenwashing.

Earthshot prize: vince Milano, con gli hub di quartiere contro lo spreco alimentare

Gli hub di quartiere milanesi contro lo spreco alimentare hanno vinto la prima edizione del prestigioso premio internazionale Earthshot prize del Principe William, dedicato alle migliori soluzioni per proteggere l’ambiente. Il progetto di Milano è stato scelto da un comitato di esperti tra 750 iniziative candidate da tutto il mondo.

Il premio di un milione di sterline ricevuto verrà utilizzato per potenziare sempre più questi hub, aprirne di nuovi, garantendone la sostenibilità sul lungo periodo e replicare questa virtuosa buona pratica nella rete delle città che lavorano con Milano sulle food policy.

Il progetto è nato da un’alleanza, nel 2017, tra Comune di Milano, Politecnico di Milano, Assolombarda, Fondazione Cariplo e il Programma QuBì. La realizzazione del primo hub ha poi coinvolto Banco alimentare della Lombardia, permettendo e ha permesso di salvare oltre 10 tonnellate di cibo al mese, assicurando in un anno un flusso di 260.000 pasti equivalenti che hanno raggiunto 3.800 persone, grazie al contributo di 20 supermercati, quattro mense aziendali e 24 enti del Terzo settore.

A seguire, è stato avviato l’hub di Lambrate, subito dopo il primo lockdown nella primavera 2020, gestito sempre da Banco alimentare della Lombardia in uno spazio messo a disposizione da AVIS Milano e con il contributo di BCC Milano. Il terzo hub, al Gallaratese, è gestito da Terre des hommes con il contributo di Fondazione Milan.

Il prossimo, in fase di progettazione, sarà l’hub di quartiere contro lo spreco alimentare del Corvetto, con la gestione del Banco alimentare della Lombardia e il contributo della Fondazione SNAM; mentre per aprirne un quinto il Comune di Milano ha recentemente avviato il tavolo di coprogettazione per l’hub del Centro con l’Associazione IBVA e con il contributo di BCC Milano.

A destra Anna Scavuzzo, vicesindaco e assessora all’Istruzione