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Dopo il recente opening a Kiev, all’interno del Mandarin Plaza in piazza Bessarabska, Malo Cashmere si è visto costretto a chiudere, almeno temporaneamente, lo store. L’inaugurazione avvenuta lo scorso ottobre 2021 voluta per consolidare i rapporti dell’est Europa, ha subito un fermo dato dallo scoppio della guerra tra Ucraina e Russia.

Alla luce degli ultimi eventi abbiamo intervistato il presidente del brand, Walter Maiocchi.

A ottobre ‘21 avete inaugurato un nuovo monomarca a Kiev, come siete stati costretti a gestire la situazione?

Purtroppo più che una gestione è stata una vera e propria emergenza. Chiaramente in Ucraina i negozi si sono automaticamente chiusi tutti. Siamo in una fase di monitoraggio ma abbiamo pochissime informazioni riguardo la situazione.

Una chiusura che si spera essere temporanea…

Confidiamo di poter riaprire il prima possibile il nostro punto vendita che è completamente nuovo. Non pensiamo che le riaperture  però siano così veloci perché sicuramente ci saranno problematiche più urgenti a Kiev.

Il mercato ucraino è sempre stato amante del vostro brand. Come pensate di approcciare nuovamente tutto l’est-Europa?

È una zona dove abbiamo sempre investito e lì abbiamo anche clienti molto importanti. L’intenzione è quella di ricostruire la nostra rete più velocemente possibile. Un dovere per noi. Abbiamo sempre ricevuto tanto, adesso è il nostro momento. Non sappiamo molto ma, in funzione di questa tragedia ci muoveremo di conseguenza.

In termini di filiera, la vostra ha subito limitazioni o ritardi nelle consegne, in seguito allo scoppio della guerra?

No, quando è cominciato tutto avevamo già consegnato buona parte della primavera/estate. Il materiale era già nei magazzini, pronto alla consegna nel mondo. Il problema è stato reperire i materiali, essenziali per la distribuzione dell’autunno/inverno prossimi.

Quali sono state le ripercussioni date dalla chiusura del monomarca?

Purtroppo abbiamo avuto criticità non solo in Ucraina ma anche in Russia. Un problema sensibile considerato che il mercato russo per noi contava il 10%, una quota significativa che a oggi è assente. Quindi ci siamo trovati al contempo con l’Ucraina bloccata dalla guerra e la Russia frenata dalla situazione economica.

Come state gestendo il mercato russo?

A differenza dei grandi gruppi non abbiamo negozi diretti in Russia quindi non è nelle nostre facoltà decidere se chiudere o meno. E non vogliamo penalizzare i lavoratori che devono vivere. Sono molte le persone che non vogliono questo scontro, ma ci si ritrovano obbligatoriamente. Ci riteniamo fortunati rispetto ad altre realtà obbligate a chiudere in quanto venditori diretti.

di Sara Cinchetti e Sara Degennaro