In questo articolo si parla di:

di Marco Rizzi

Il ruolo di collezioniste e appassionate è sempre più importante nel mondo delle sneakers. Ne abbiamo parlato con Giulia Zecchini, una delle fondatrici della community britannica.

Partiamo con le classiche presentazioni. Cos’è e com’è nato il progetto Sneaker Sisterhood e che ruolo ha oggi questa passione nella tua vita?

Il primo gruppo di collezioniste è nato grazie ad alcuni “Collection Day” da Offspring (storico negozio con diverse sedi a Londra e nel Regno Unito, ndr), che in occasione delle release di sneakers con taglia femminile ha sempre avuto un occhio di riguardo per la community e le collezioniste. Questo ci ha dato la possibilità di conoscere altre ragazze e donne che condividessero la nostra passione e si è creata una cerchia abbastanza stabile di circa una trentina di persone, da cui è nato prima un gruppo su Instagram per mantenere i contatti e poi, dall’idea di quattro di noi, il progetto Sneaker Sisterhood. La pagina IG (@sneakersisterhood) è nata perché si sentiva la mancanza di un punto di vista femminile e di un riferimento in questo mondo, inizialmente anche solo per mostrare quante fossimo e metterci un po’ “sulla mappa” dal punto di vista social. Le sneakers continuano ad avere un ruolo molto importante nel mio quotidiano. Sono senza dubbio molto fortunata perché ho potuto unire la mia passione ad altri progetti. Un’altra mia grande passione è il basket, un contesto che ha molti punti di contatto con le sneakers che riesco a comunicare in maniera autentica. Un’altra grande fortuna è quella di poter lavorare in un’industria che non mi impone un dress code e mi permette di avere tutti i giorni ai piedi delle scarpe che amo.

La Sneaker Scene londinese è, secondo me, unica al mondo per varietà e stimoli. Qual è stato il primo impatto con la scena al tuo arrivo nella capitale britannica?

Sono d’accordo con te sul fatto che la Sneaker Scene di Londra sia unica nel suo genere, ma va sottolineato come negli ultimi anni i social media, in particolare Instagram, abbiano contribuito ad appiattire la situazione e creare una certa omogeneità tra le varie scene locali. Io sono arrivata nel Regno Unito nel 2010 e a Londra nel 2015 e ricordo di aver trovato una scena inglese molto diversa da quella italiana, in particolare per quelli che erano i modelli di riferimento e le influenze. Qui ho avuto modo di imparare a conoscere silhouette che nel Bel Paese non ero abituata a vedere.

 

A un primo sguardo il crescente numero di uscite destinate al pubblico femminile e il numero di designer impegnate nella creazione di nuovi prodotti può lasciar intendere che ci sia un maggior impegno da parte delle aziende nei confronti delle donne nel mondo delle sneakers. Com’è cambiato in questi anni il loro interesse per la scena femminile? Sotto quali aspetti il rapporto tra brand e community può ancora migliorare?

Senza dubbio oggi c’è più interesse da parte delle aziende per la scena femminile, ma vengono fatti ancora molti errori. Forse i grandi marchi stanno lavorando meglio sul mainstream, in cui è più facile seguire o dettare i trend con modelli semplici e facili da indossare. Le difficoltà iniziano quando si parla di “hardcore fans” e collezioniste, che ancora faticano ad avere accesso alla maggior parte delle release per questioni di scala taglie e distribuzione. Penso poi i problemi si estendano anche dietro le quinte, dove molte designer di talento vengono sempre spinte a lavorare a prodotti esclusivamente femminili contribuendo a costruire una sorta di nicchia che accentua la separazione di genere, quando la loro creatività potrebbe permettere loro di realizzare progetti unisex di grande successo. A livello di rapporto tra community e aziende, invece, penso che il problema che persiste sia di apertura mentale. Per esempio c’è ancora resistenza da parte dei brand nel lavorare con donne di una certa età, collezioniste di lunga data che potrebbero avere figli e figlie interessati al mondo delle sneakers o più semplicemente essere la figura che in famiglia orienta e gestisce le spese. Sotto molti punti di vista questo potrebbe essere un valore aggiunto e questa chiusura, a livello di marketing, per me non ha alcun senso. C’è anche sicuramente una questione di diversità da affrontare: i marchi tendono a dare visibilità soltanto a un certo tipo di donne, spesso condizionati dal seguito sui social, senza comprendere le molte sfaccettature della scena femminile, non soltanto da un punto di vista fisico ma anche per quanto riguarda il percorso con cui la passione per le sneakers è nata. Spesso si collega l’ambito footwear allo sport ma anche musica, arte e moda spesso giocano un ruolo fondamentale contribuendo a creare punti di vista unici.

Cosa manca secondo te alla scena italiana, in particolare a quella femminile, per ottenere la giusta considerazione e il giusto riconoscimento? Non soltanto da parte delle aziende ma anche dagli altri appassionati in Europa. 

Sono lontana dalla sneaker scene italiana da così tanto tempo che faccio un po’ fatica a dirlo, non essendo qualcosa che vivo tutti i giorni. Essendo Milano la mia città natale, è sicuramente la piazza su cui mi concentro di più, senza dubbio un micromondo che non rappresenta l’Italia e, per quello che posso vedere online, ora il focus è maggiormente sulle pagine di collezioniste e collezionisti più recenti, giovani o meno, che mostrano scarpe hype o le ultime release. Si vedono molto meno appassionati e appassionate di lunga data che nel corso degli anni hanno magari contribuito e influenzato la sneaker scene italiana, unica nel suo genere per molti motivi, e potrebbero proporre qualcosa di diverso. Secondo me manca un po’ di questo. Mi piacerebbe vedere anche maggiore sforzo e investimento da parte delle aziende per mostrare la vera scena italiana, essendo il Paese percepito come il quarto mercato europeo nonostante le grandi differenze rispetto a UK, Francia e Germania. Sarebbe bello anche vedere che collezionisti e creator italiani iniziassero a supportarsi a vicenda attraverso le loro piattaforme social, creando un network con altri appassionati italiani in Europa e nel resto del mondo.

Per chiudere torniamo a parlare di sneakers. Tra quelle degli ultimi anni, qual è stata la tua release preferita destinata al mercato femminile o realizzata da un marchio in partnership con una designer? Qual è invece una collabo che ti piacerebbe vedere in futuro?

Se devo essere totalmente sincera non ho acquistato le ultime collaborazioni con Aleali May o Melody Ehsani, essendo più orientata su stili più classici. Un’uscita che mi ha fatto impazzire è l’Air Jordan 10 realizzata per Maya Moore, che purtroppo era un’esclusiva statunitense. Un’altra release che mi manca, ma ormai ha raggiunto prezzi folli, è la prima collaborazione tra Air Jordan e Aleali May, la versione rivisitata dell’Air Jordan 1 “Shadow”. Per quanto riguarda il futuro, dividerei il tutto in due parti. In ambito performance vorrei più signature models per star della WNBA, la prima che mi viene in mente è Sabrina Ionescu ma ci sono molte giocatrici fortissime, ovviamente prodotte con scala taglie unisex – sarebbe giusto che gli uomini comprassero una signature femminile così come io compro modelli delle linee Kobe, KD o LeBron. Lato streetwear e lifestyle, invece, mi piacerebbe vedere Nike lavorare di più con Serena Williams, ora che lascerà il tennis per concentrarsi su altri progetti. Il vero sogno sarebbe una bella collaborazione tra Nike e Sneaker Sisterhood, un prodotto che possa raccontare la nostra storia e quanto abbiamo fatto negli ultimi quattro anni, oltre a darci la possibilità di dare qualcosa alla nostra community, che ci ha sempre supportate.

Questa è la versione integrale dell’intervista pubblicata a pagina 46 di HUB Style Issue #34 • 5-2022, clicca Qui per poter sfogliare l’intera copia digitale e consultare l’archivio di HUB Style Mag.