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Vinokilo, con un modello di business internazionale, attraverso una selezione che mixa il fascino del second-hand al gusto attuale, vanta un’offerta di moda costantemente aggiornata, accessibile e di alta qualità. Il format di questo evento, alternativa concreta all’attuale assetto dell’inquinante comparto moda, dal 2016 a oggi, ha ridotto l’impatto ambientale in modo significativo, riciclando oltre 379.392 chilogrammi di capi e accessori con un conseguente risparmio di emissioni di CO2, acqua e corrente elettrica.

Abbiamo fatto qualche domanda al ceo e founder del brand, Robin Balser, già inserito da Forbes nella classifica 2020 degli imprenditori under 30 impegnati in progetti di rilievo sociale.

Robin Balser di Vinokilo

Come nasce Vinokilo?

La nostra storia inizia nel 2015. Gestivo un’attività di scambio abiti e libri a Groningen, in Olanda. Costretto a lasciare la mia location, quasi senza preavviso, non avevo modo di trasferire tutti i vestiti che avevo in tempi stretti. Da qui l’idea di una piccola kilo sale last minute, con un ristretto network di amici e conoscenti. Uno di loro mi ha poi proposto di organizzarne un’altra a Magonza: un grandissimo successo di pubblico in coda. Ho capito che c’era una grande richiesta per questo tipo di format. E nel marzo del 2016 ho registrato Vinokilo, avviando l’azienda.

Perché avete scelto il vintage?
Vogliamo offrire un’alternativa al fast fashion. Che sia, allo stesso tempo, socialmente responsabile ed economicamente accessibile al maggior numero di persone possibile, puntando al loro coinvolgimento e valorizzando la diversità e la passione comune per il principio. In quest’ottica ci impegniamo quotidianamente a normalizzare la percezione del second-hand, attraverso un progetto di brand activism a favore del pianeta e della gente.

E perché proprio al kilo?

Per noi il profitto continuerà sempre a essere subordinato alla democraticità dei prezzi: lo shopping al kilo consente una ricerca qualitativa e personalizzata pagata a peso. E non in base a brand, tessuti, taglie o numero di capi.

Come spiegate il grande interesse che le nuove generazioni mostrano verso il second-hand?

Ci rivolgiamo prevalentemente alla Gen Z, anche per ragioni banalmente legate alla maggiore possibilità di educare e formare un mindset che ridisegni globalmente i comportamenti di acquisto e consumo della società che verrà. Siamo un progetto inclusivo e aperto a tutti.  Ma è fisiologico che la maggiore risposta ci arrivi dalla fascia 16-25 anni, seguita dai young millenial, perchè sono più esposti allo scambio di informazioni digitali, che hanno visto emergere fortemente l’emergenza ambientale negli ultimi anni. Molti giovani non hanno una memoria storica diretta rispetto alla moda di decadi meno recenti. Quindi per loro il second-hand è una scoperta, un modo di ricreare collegamenti con le contaminazioni dello streetwear di oggi.

Quali sono i valori su cui si basa il vostro concept e che messaggio vuole passare?

Creare un’alternativa alla moda: responsabile, accessibile e coinvolgente. La nostra volontà è valorizzare la diversità del singolo, conducendo una ricerca capillare e costante che rimetta in circolo pezzi unici, attraverso esperienze che non si limitano allo shopping, che si parli dei nostri eventi fisici o del nostro e-commerce.

Quali sono i vostri mercati principali?
Al momento, tra i dieci Paesi in cui siamo, o siamo stati presenti, con e-commerce ed eventi itineranti, troviamo l’Italia e la Germania, seguiti da Spagna e Francia. Ma il nostro vero obiettivo resta diffondere questa cultura capillarmente in tutta Europa.

Ci raccontate il vostro impegno nei confronti dell’ambiente?

Il nostro impegno principale è quello di diffondere la cultura del riciclo contro il surplus produttivo che sta distruggendo il Pianeta: l’educazione al consumo è infatti un aspetto preponderante all’interno del format Vinokilo. Per dare qualche dato a testimonianza dell’impatto che la nostra realtà ha già prodotto, dal 2016 abbiamo recuperato 400.000 Kg di abiti, risparmiando l’equivalente di oltre 100.000.000 Mj di energia. Per intenderci, la stessa necessaria per 47,1 milioni di cicli di lavatrice e 10.000.000 m3 d’acqua o, ancora, il corrispettivo di qualcosa come 1.130 viaggi di un mezzo di trasporto intorno all’equatore tradotti in CO2.

Come vedete il futuro della moda?

Assolutamente fatto di circolarità. Penso che l’umanità sia davvero ancora all’inizio del percorso sulla sostenibilità, ne è prova il fatto che ancora oggi la produzione del nuovo è superiore al riutilizzo. Credo che in futuro lo scenario si invertirà e si andrà sempre di più nella direzione di affittare temporaneamente, scambiare, condividere. E lo step necessario è indubbiamente iniziare a pensare all’abbigliamento come un bene durevole e non usa e getta.

Quali sono gli obiettivi futuri e quali i prossimi progetti?

Siamo in partenza con un tour in quattro delle principali stazioni italiane (Napoli, Roma, Milano e Torino) in collaborazione con Grandi Stazioni. Il tour arriva dopo la data one shot di ottobre 2021 a Milano Centrale, che ha registrato un record storico di presenze: 13.000 in cinque giorni. Crediamo insieme al partner nel potenziale dei grandi flussi per intercettare il maggior numero possibile di persone e creare un movimento in costante crescita che sposi la nostra mission. E da novembre si riparte per nuove avventure.

di Valeria Oneto