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Inflazione alle stelle, crisi energetica globale (ma soprattutto europea), instabilità geo-politica, crescita dei costi di produzione, ritardi nelle consegne e potremmo continuare a lungo.
Ebbene, dopo il forte rimbalzo e le tante luci del 2021 per molte delle economie di tutto il mondo (l’Italia, lo ricordiamo, era cresciuta del 6,6%), il 2022 si chiude con un rallentamento dovuto in gran parte ai fattori prima citati. Prendendo in considerazione il PIL del nostro Paese, la previsione di chiusura d’anno è comunque sopra il 3%, con un’inflazione in crescita di oltre il 7%. Mentre per il 2023 si prevede una sostanziale parità. O “crescita zero”.

C’è un settore, però, che ha sovraperformato rispetto agli altri e forse lo farà anche nei prossimi mesi. Stiamo parlando della fashion industry. In Italia, per esempio, il mercato si avvia a registrare una crescita nell’ordine del 10%. Per il 2023 si prevede un rallentamento, ma comunque un risultato finale positivo, nell’ordine di circa il 5%. Proprio la moda aveva subito uno degli impatti più forti per la pandemia e quindi il rimbalzo è maggiore. Che il trend sia favorevole lo dimostrano anche i dati sull’export. Il cui fatturato nel 2022 è di oltre 75 miliardi di euro (erano 71,5 nel 2019), sul totale dei 93 euro di miliardi di ricavi complessivi per la moda italiana. Significa +11% sul 2021 e un superamento dei livelli pre-Covid. Tra i migliori mercati Cina (+42,1%), Stati Uniti (+39,7%) e Francia (+22%). Un comparto, quello del Tessile, Moda e Accessorio, che si compone di oltre 60 mila imprese con circa 550 mila addetti.

Anche guardando al 2023, anno nel quale non mancano ulteriori motivi di preoccupazione, le previsioni non sono poi così fosche, come conferma il sondaggio McKinsey State of Fashion 2023. Secondo il quale la crescita a livello mondiale delle vendite di moda crescerà dal 5% al 10% per il lusso e sarà pressochè stabile o leggermente positiva per il resto del settore. In questo contesto, è interessante tenere in considerazione i 10 temi che, sempre secondo McKinsey, segneranno l’agenda dell’industria della moda.

  1. Fragilità globale, tra inflazione, tensioni geopolitiche, crisi climatiche
  2. Realtà regionali, con strategie sempre più “su misura” a seconda delle aree geografiche
  3. Spesa a doppio binario, posticipo o riduzione degli acquisti e ricerca delle occasioni
  4. Moda fluida, sempre meno confini tra abbigliamento maschile e femminile
  5. Abiti formali reinventati, ci si veste in modo sempre più informale sia al lavoro che agli eventi, e, per occasioni speciali, si acquistano o noleggiano abiti più “impegnativi”
  6. Non solo DTC, Direct to Consumer. L’aumento dei costi mette in discussione la fattibilità del solo modello digitale diretto al consumatore. Occorre quindi mantenere una certa diversificazione dei canali
  7. Il greenwashing
  8. Ripensare in meglio i modelli della supply chain
  9. Un marketing digitale da rinnovare a seconda di nuove regole e strumenti, come il metaverso, sempre se non si rivelerà un flop, come pare, ndr
  10. Revisione dell’organizzazione, attraendo e fidelizzando i migliori talenti, soprattutto per lavorare a temi prioritari come la sostenibilità e l’accelerazione digitale

A proposito di talenti e risorse umane: c’è un undicesimo tema che aggiungeremmo al dibattito e riguarda da vicino proprio il mercato della moda italiana. Vale a dire la necessità di inserire figure specializzate all’interno della filiera. Non sempre semplici da trovare. Anzi. Una questione ancora più centrale se si pensa che, secondo il rapporto 2022 Excelsior-Unioncamere, entro il 2026 il TMA (tessile-moda-accessorio) italiano avrà bisogno di assumere tra 63 mila a 94 mila persone. Potrebbe rivelarsi un grande problema. Oppure, speriamo, una grande opportunità.

Benedetto Sironi
benedetto.sironi@sport-press.it