In questo articolo si parla di:

Il magico mondo dei social è il più grande contenitore di stimoli che indirettamente sprona a desiderare, e spesso ad acquistare, ciò che si vede durante gli scroll giornalieri.

Nel corso degli anni sta acquisendo sempre più popolarità il fenomeno “dell’unboxing” (spacchettamento), un nuovo metodo per dare maggiore visibilità a capi d’abbigliamento o altre categorie merceologiche.

Il trend consiste nel registrare video nel momento in cui l’utente spacchetta, appunto, un determinato prodotto, scaturendo allo spettatore la curiosità di scoprire la sua reazione, un po’ come quando non si vede l’ora di sapere se il regalo fatto a un amico è stato apprezzato o meno.

Spesso questi video sono dettati dalla spontaneità, altre volte, fanno parte di una perfetta strategia di marketing che sfrutta la visibilità di personaggi ad hoc, che suscitano l’interesse e l’approvazione di determinate fasce di mercato, per aumentare le vendite.

Unboxing: un trend insostenibile

Come disse Steve Jobs nel 2001, “il packaging può essere teatro, può creare una storia”, ed è proprio così: il “contenitore” diventa il primo mezzo per suscitare una reazione positiva o negativa, non a caso sempre più brand lo curano in modo particolare per dare maggiore risalto al suo contenuto.

Questo momento magico e innocente in realtà nasconde un retroscena poco roseo. Oltre a incentivare l’acquisto compulsivo per la semplice voglia di vivere la “sensazione dello spacchettamento”, spesso i prodotti sponsorizzati attraverso questi video appartengono a brand di scarsa qualità e gli utenti diventano, direttamente o indirettamente, complici e portavoce di valori che non si aspettano.

Spesso l’osservatore non sa che i prodotti presentati dal proprio “idolo” sono regali donati per scopi pubblicitari da parte dei brand e che il personaggio in questione è solo un mezzo per raggiungere lo scopo. L’influencer in questi casi assume una grande importanza e responsabilità poiché svolge il ruolo di consigliere, incentivando o meno all’acquisto di quel prodotto. E la community, spesso, si lascia trascinare dalla considerazione che ha della persona che lo sta presentando, senza contare che la fascia di età che ha accesso a questo tipo di mezzi si è ridotto notevolmente.

“Ho visto tutti quei video che mi hanno messo voglia di ordinare e quindi andiamo ad aprire il primo pacco. Sono un paio di scarpe trattate con gli pfatalati, sostanze che agiscono come perturbatore endocrino e possono portare tutti noi alla sterilità”. Queste sono le parole del deputato francese del partito Repubblicano che siede nell’Assemblée Nationale, Antoine Vermorel Marques.

Il deputato ha appena depositato una proposta di legge per imporre un malus a tutti i prodotti del fast fashion, sostenuta dal ministro della transizione ecologica Christophe Bechù. La “proposition de loi n°2129”, presentata dalla parlamentare Anne Cecile Violland, prevede all’articolo 2 un sovrapprezzo per i capi-accessori progressivamente più alto, fino ad arrivare a 10 euro nel 2030 e all’articolo 3 il divieto di pubblicizzare i prodotti dei marchi di moda effimera.

Nuove strategie per convertire il trend

Da tempo il fast fashion è additato per la caratteristica di rinnovare troppo velocemente l’offerta, fatta per lo più di proposte di scarsa qualità e pensate per non durare nel tempo.

Ora la Francia pensa di contrastare questi operatori con rotazione ultra-rapida dei prodotti, mettendo sanzioni fino al 50% del prezzo di vendita dei loro capi, per compensare il loro impatto sull’ambiente.

I grandi colossi del fast fashion (Shein, Temu e tanti altri) ogni giorno dalla Cina fanno partire oltre 100 aerei Cargo Boeing 777 per consegnare al resto del mondo oltre 10.000 tonnellate di pacchi, rappresentando quasi un terzo delle spedizioni aeree Cargo a lunga percorrenza in tutto il mondo e togliendo allo stesso tempo la possibilità ad altre categorie merceologiche di avere altre alternative al traffico navale interrotto dagli attacchi Houthi nel Mar Rosso.

Rendere desiderabile un prodotto è uno dei pilastri su cui si fonda l’odierna società del consumo. Tra i primi responsabili di questa grande macchina ci sono i consumatori che devono imparare ad affinare le capacità di scelta e di consapevolezza di fronte all’acquisto.

Comprare un “oggetto del desiderio” per soddisfare il semplice piacere di possederlo e il proprio ego non deve essere l’unico parametro di scelta.

L’atto dell’acquisto è importante poiché non si ferma a quel click, ma a una serie di conseguenze che al consumer risultano impercettibili perché lontane.

Dietro alla realizzazione di un prodotto ci sono persone, tempo e valore, che indirettamente sono le qualità che realmente vengono acquistate. E incentivare l’acquisto di un prodotto realizzato tramite sfruttamento, con materiali di scarsa qualità che non solo hanno un grande impatto sul pianeta ma anche sulle persone, è un autosabotaggio che svaluta il lavoro di tutti quei brand che agiscono responsabilmente, conferendo il giusto valore al proprio lavoro.

di Maria Pina Ciuffreda