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Se fino a qualche anno fa il termine second-hand era sinonimo di vintage e sostenibilità, oggi non è più così. Da quando questo fenomeno è diventato un vero e proprio trend, soprattutto tra i giovani, al fianco di capi veramente “vintage” hanno iniziato a comparire anche prodotti di fast fashion. È così, quindi, che il vero significato del second-hand si sta man mano eclissando.

La moda può essere veramente responsabile?

La moda di seconda mano è diventata talmente virale da essere un vero e proprio problema per l’ambiente. Quando qualche anno fa il fenomeno Vinted ha raggiunto anche il nostro Paese, sembrava che ognuno potesse fare la propria parte nella lotta alla salvaguardia della Terra, vendendo e comprando articoli usati.

Emerge però un quadro piuttosto complesso riguardante il comportamento dei consumatori di fast fashion e degli sforzi di sostenibilità nel settore retail: sulla piattaforma di seconda mano sopracitata sono stati pubblicati ben 61,8 milioni capi di Zara, seguiti da 59,7 milioni articoli di H&M, 21,8 milioni di Shein, 21 milioni di Primark e 10,2 milioni di Mango.

Il fondatore di All Saints e dell’omonimo brand vintage, Stuart Trevor ha monitorato il numero di capi Zara elencati su Vinted per un periodo di 77 giorni (marzo-giugno 2024) e li ha successivamente resi pubblici su LinkedIn (qui il post).

I risultati evidenziano un incremento di quasi 10 mila prodotti del marchio pubblicati tra fine marzo e metà giugno (da 52,4 milioni a 61 milioni).

Si tratta di dati che confermano come il mercato attuale sia dominato da brand di questo tipo che, oltretutto, esercitano un’enorme capacità produttiva. Zara, per esempio, ogni due settimane è in grado di sostituire le sue collezioni mentre Shein carica oltre 10 mila capi al giorno.

Tutto questo solo per rispondere ai trend del momento che, purtroppo, passano in pochissimo tempo e di conseguenza finiscono sulle piattaforme di second-hand facendo perdere di credibilità il settore. Per questo e altri motivi il fast fashion continua a essere il principale problema per la sostenibilità del sistema moda.

I consumatori sembrano essere consapevoli

Sì, è vero. I consumatori sicuramente sono molto più consapevoli rispetto a qualche anno fa: piuttosto che scartare i capi dopo un uso limitato, puntano infatti a estendere il loro ciclo di vita rivendendoli (anche se a volte per comprare altro fast fashion).

È però anche ovvio che l’elevata presenza di questa tipologia di prodotti sul mercato non potrà far altro che creare un circolo vizioso che porterà a una loro sempre più ampia presenza anche sulle piattaforme di resale. Sono evidenti, quindi, i danni che la produzione e il consumo di massa stanno procurando a tutto il sistema.

Ma qual è la percezione del consumatore sugli articoli di seconda mano vintage rispetto a quelli più recenti? Due creator hanno dimostrato con due foto dello stesso prodotto ma di qualità differenti che le persone preferiscono “il taglio a destra” ovvero quello di un’azienda di fast fashion “perché quello a sinistra sembra troppo vecchio”. Cora Harrington ha dichiarato “la sciatteria e la bassa qualità come segno di giovinezza e quindi desiderabile è una svolta interessante dal punto di vista culturale, soprattutto con l’ascesa della fast fashion”.

Il futuro della seconda mano è il fast fashion?

La vera domanda che noi oggi ci poniamo è: in futuro esisterà ancora il vintage di qualità come lo conosciamo noi oggi? In un momento storico come questo in cui i giovani hanno un potere d’acquisto limitato e le tendenze sono sempre più veloci, è (quasi) ovvio che la cosiddetta “moda veloce” continua– e continuerà – a detenere una fetta molto ampia del mercato.

Sarà così sempre più probabile trovare nelle bancarelle, nei negozi o sulle piattaforme second-hand prodotti vintage firmati dai grandi colossi di fast fashion. Perché saranno gli unici prodotti presenti sul mercato.

Il ruolo di marketplace come Vinted è quindi destinato a cambiare: la soluzione al problema dei rifiuti tessili c’è ma è parziale e per questo motivo sono necessarie modifiche complete ai modelli di produzione, consumo e smaltimento per raggiungere una filiera veramente green.

Per esempio, da anni, Vestiaire Collective ha severamente vietato la vendita di capi fast fashion, anche se sappiamo bene che se fosse solo questa la soluzione sarebbe troppo semplice.

Se qualcosa nel sistema non cambia, le aziende continueranno a produrre senza sosta e ciò che adesso è un fenomeno nascente diventerà presto la normalità. Se non sono in primis i grandi colossi a mettere un freno alla loro sovrapproduzione, sarà compito dei singoli consumatori a farlo. Partendo da un uso più consapevole di piattaforme di second-hand e, in generale, dei capi di abbigliamento che si acquistano.

di Sara Fumagallo